GLI AFFRESCHI
L’AFFRESCHISTA: GIAN PAOLO THANNER
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Ricostruzione 3D dell’interno della chiesa realizzata dall'Università di Udine
Gli affreschi della chiesa di San Pelagio sono attribuiti a Gian Paolo Thanner, pittore locale del XVI secolo, proveniente da una famiglia germanica emigrata in Friuli per motivi d’arte. Il padre sarebbe quel «Leonardo Tedesco» oriundo da Landshut (Bassa Baviera), che operò in Friuli per tutta la seconda metà del Quattrocento come intagliatore di mano sicura e «pittore disinvolto ed esperto» (23).
Nella chiesa di S. Giuseppe in Laipacco di Tricesimo, affrescata dallo stesso autore, si può leggere il nome di «Zuan Paolo» (Gian Paolo) con data del 14 aprile 1524 sulla facciata interna del pilastro destro che sostiene l’arco del «coro». È questo un nome «del tutto estraneo all’usuale antroponimia germanica» e fa pensare che sia nato in Friuli e da madre friulana. Non meravigli nessuno se il cognome Thanner sia diventato Tonnar (o Tonar col segno di doppia consonante sulla n) dato che, sempre stando al Marchetti, questa forma è «la trascrizione fonologica di Thanner secondo la pronuncia carintiana più familiare in Friuli» (ib.).
Proprio all’inizio del ’500 abitava a Cividale; poi deve essersi trasferito a Tarcento dove risedette e prese moglie. E da lì, o più precisamente da Segnacco, iniziò verso il 1512 la sua peregrinazione pittorica, che in un quarto abbondante di secolo (almeno stando alla rilevazione certa delle date) lo portò a decorare oltre una ventina di chiese, tutte situate in Friuli se si eccettuano Svina e Borjana presso Caporetto. L’area, secondo il Rizzi (24), ha come epicentro Tricesimo, ma come estremità geografiche si estende da Gemona a Palazzolo dello Stella e da Premariacco a Varmo Santa Marizza. Tricesimo non è solo al centro della sua zona di operazioni, ma anche la località di più incarichi (1524 e 1535) per la decorazione delle sue chiesette votive.
C’è qualche tecnico che, a proposito del ciclo di affreschi presente a Laipacco, avanza l’idea che siano da ascrivere alla scuola del Thanner più che al suo pennello. Altri esperti escludono che il Thanner abbia potuto avere una scuola, sia per la modesta levatura artistica, sia per la scarsa disponibilità di mezzi economici; forse avrà avuto una bottega artigianale con un garzone o un imbianchino, che nei nostri paesi può essere chiamato «pittore», ma non di più. Anche se in S. Pelagio non venne in luce, com’è chiaro a Laipacco, il segno della firma del Thanner, la maniera sia pittorica che grafica dovrebbe venire attribuita alla stessa mano con quelle variazioni che l’intervallo di una decina d’anni, esistente fra le due realizzazioni, comporta.
Uno dei tre Re Magi con Gesù Bambino.
Chi si fece promotore degli affreschi di S. Pelagio, che abbracciano una novantina di metri quadrati? Ci risponde una scritta datata e decifrabile quasi per intero, che venne inserita dallo stesso autore nel concerto dei suoi dipinti sotto la crocifissione, sul colmo dell’arco e che recita così: «1535 adì 3 agosto Lenart di Domeni Matt(ia di Ad).orgnan à fata far p. sua devotion». La parentesi completa la frase dove risulta illegibile per una caduta di malta, ma viene integrata con assoluta certezza di termini poiché troviamo che il 14 settembre 1535 Leonardo di Domenico Mattia Querini di Adorgnano registrò in Tricesimo una donazione alla chiesa di Adorgnano con atto notarile steso da Bernardino de Federicis, notaio dal 1520 al ’71 (13), e poi assistè come teste ad un altro contratto nello stesso giorno.
E’ per la «devotion» generosa di questo mecenate dell’arte (forse ritratto nella figura del sottarco) che dopo 4 secoli e mezzo noi possiamo ancora ammirare l’estro di questo pittore definito «popolaresco», che il disastroso terremoto del 1976 ha contribuito a farci meglio o più largamente conoscere con la scoperta di altri cicli di affreschi per centinaia di mq. a Variano, Vendoglio e Sedilis (24). E non deve aver economizzato Lenart Quarin se pensiamo alla gamma molto vasta e assai vivida delle tinte utilizzate, anche di quelle più costose come il blu, che domina la parte superiore della lunetta di fondo del presbiterio.
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Dettaglio della “Pietà” con i santi Pelagio e Agostino.
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