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RACCONTI DI PERCORSO

di Laura Sebastianutti


IL COLLE DEL CASTELLO

Piove. Piove su le tamerici salmastre ed arse.
Non so nemmeno se in Friuli esistono le tamerici. Forse perché io non so esattamente come sono fatte. Ma una cosa con D’Annunzio devo condividere: piove. In questo lembo estremo del nord est l’acqua non manca mai. Me la ricordo da sempre. Ha piovuto anche sui miei momenti più importanti. Il cielo plumbeo è una costante di questa terra. E si alterna a giornate splendenti, azzurre fino ad accecarti. Che magari capitano d’inverno, quando le piante sono spoglie, tutto si scopre, impossibile nascondersi. E talvolta, qualche anno, succede che il sole batta su un manto di neve.

E’ una regione geografica strana questa. Misteriosa o misterica. Messa com’è ai confini, alle porte con un altro mondo, quello dell’est. Di cui qualcosa deve pur avere. Eppure non ne fa parte. Sarà la corona di montagne che la circonda. Sarà il mare che vi si frange finendo la sua corsa. Sarà il verde smeraldo di cui si tinge dalla primavera in poi. Sarà la pioggia che cade copiosa e poi lascia spazio ad arcobaleni enormi, coloratissimi e magici.

Anche oggi ha piovuto e le nuvole ancora incombono appena sopra i tetti. Ma una passeggiata, una piccola corsa, un po’ di natura fanno solo bene.

Partenza da via della Ferrovia, in Braidamatta che altro non è se non il toponimo di un posto dell’abitato di Tricesimo dove i terreni stentavano a dare frutti, eppure in tanti ci avevano i campi.
Lascio alla mia sinistra la villetta bianca con trompe l’oeil nostrano del “pittore”, tornato a casa dopo tanti anni di Svizzera. Ahi, che tasto dolente per i friulani l’emigrazione. E poi dicono di africani e cingalesi.

San Pelagio

Il percorso inizia da via della Ferrovia, in Braidamatta


In fondo si intravede subito la vecchia stazione. La sera del terremoto, con le notizie che giungevano come giungevano a quei tempi, chiamammo lì, da Torino, con il telefono della ferrovia che avevamo in casa, per sapere se stavano tutti bene. Ci dissero i colleghi di mio padre che sul momento avevano pensato che stesse arrivando un treno.

San Pelagio

Ecco la vecchia stazione ferroviaria di Tricesimo


Continuo, dopo la curva a gomito, per raggiungere la provinciale per Tarcento. Sulla mia destra rimane il bar della stazione, quello nuovo, ché quello vecchio è diventato una bella abitazione ristrutturata. E giungo all’incrocio dove ancora c’è il casello, splendidamente tenuto, assieme a tutte le pertinenze, dall’ex ferroviere Pauli. Si vede ancora bene il punto da cui usciva dall’incassâr il treno e attraversava la strada, puntando dritto alla vicina fermata. Oggi al posto delle rotaie solo asfalto della provinciale ed erba all’inglese del Pauli.

San Pelagio

Il vecchio casello e il punto in cui un tempo passavano le rotaie


Attraversata la strada, senza possibilmente farsi investire, vista la velocità a cui sfrecciano le auto in un punto per altro di poca visibilità, avviarsi su via dei Valentinis, passando a lato delle case di Ermes, il capostazione, quello che ha dato il permesso di farmi salire su una locomotiva per rientrare da Pontebba a Udine, dopo un viaggio su treno storico a vapore. Cosa che per me, figlia di ferroviere, non era da poco: Gianluca, il mio amico di infanzia, lo aveva sempre millantato. Io, seppure ormai adulta, lo avevo fatto. Certo che, a pensarci bene, nella mia vita ho vissuto sempre tra binari e treni…

San Pelagio

Via dei Valentinis che si snoda proprio dietro il colle del castello


Una cinquantina di metri più avanti, verso sud o verso il castello, poco prima della curva su cui troneggia il casone di Bruno Poàn, entra nei campi una strada vicinale, se così si chiama. Solo ora mi rendo conto che il tempo e le stagioni sono passati: qualche settimana fa, l’ultima volta che sono stata a “correre”, tutto era nudo e ben visibile. Adesso è come se un sarto avesse rivestito il mondo o è come il viso di un uomo che non si fa la barba da un pezzo: ricoperto di erba piante alberi fronde. Tutto verdissimo. A tratti persino i sentieri scompaiono, soprattutto quelli poco segnati.
Ma la nostra strada no, quella si vede bene sotto le erbacce incolte. E’ chiaro anche il punto dove incrocia un’altra carrareccia. Così chiaro che ci finisci dentro a piè pari, perché se ha piovuto si fanno le sabbie mobili, a forza di fango. Consiglio di stare sui ciuffi d’erba, se non si vuole finire incollati alla palta.

San Pelagio

Prima della curva, una strada vicinale si infila nei campi, ma occhio a dove incrocia l’altra


Dirigersi verso destra, o ovest, se vogliamo. Saltellando tra una pozzangherella e una capezzagna, si scoprono tra i morârs — i gelsi, che ormai caratterizzano iconograficamente questa terra — due passaggi ormai coperti dal fogliame. Il secondo è ancora praticabile. Ci si ritrova sotto la collina del santuario della Madonna Missionaria, cioè quello del castello, esattamente sul retro.
Al limitare del boschetto, che consiglio di non affrontare, soprattutto a donne sole, c’è un sentiero che passa a filo degli alberi da un lato e dell’arativo dall’altro. Se l’intenzione è mantenersi in forma, affrontare la salitina sterrata di corsa.
La corsa ho scoperto che è catartica. Se è in salita, ancora meglio. Ti copri bene, così sudi un bel po’. Ti sforzi molto perché in collina è impegnativa. Ma poi ti senti dadio. E’ come se tutto il male, lo sporco, il pesante che ti lascia addosso una vita convulsa e nevrotica ti uscisse fuori di un botto. Con il sudore. E con lo sforzo.

San Pelagio

Il sentiero, al limitare del boschetto, è leggermente in salita


Una volta sopra il sentiero, ci si trova all’altezza del primo di una serie di terrazzamenti che separano il campo a granoturco dalla cima della collina. Attraversarlo tutto, godendo della vista delle morene, della sagoma della Bernadia persa nella foschia, delle montagne che guardano a est. E se l’erba copre eccessivamente il terrazzamento, il rischio di beccarsi una zecca e il relativo morbo di Lyme, suggerisce di camminare sulla terra dura dell’arativo, scavalcando possibilmente le cunvierie a granoturco appena nato, se no il contadino, giustamente, si incavola.

San Pelagio

Il panorama verso il nord est del Friuli: si intravede la sagoma della Bernadia


Lasciamo il panorama alla sua dimensione secolarmente statica e procediamo, questa volta, verso la cima della nostra collina, salendo, dove altri hanno battuto prima di noi, i terrazzamenti. Per altro ottimi, in autunno, per gli esercizi di presciistica.
Eccoci sopra. Guardiamo la torre dell’acquedotto che scimmiotta, per mimetizzarsi, quelle del castello. E il retro della casa dove oggi vive il vescovo onorario. Bel posticino, non c’è che dire.
Da qui la vista verso est è ancora più bella. Il cielo pesante di pioggia rende ancora meglio la portata di un fenomeno meteorologico cronico, da queste parti. La verzura è ancora una volta impressionante. Sopravanza tutto. Mi ricorda un giorno che in questo momento non voglio ricordare.

San Pelagio

Il retro del santuario della Madonna Missionaria con la casa del vescovo onorario e la finta torre dell’acquedotto


L’anello asfaltato gira tutto attorno al complesso della Madonna Missionaria. La facciata del santuario è stata rifatta, ma non so dire se era meglio prima. Forse è solo che ormai ci eravamo abituati.
E di fronte sta il castello, uguale uguale a come lo vedo nella foto d’epoca appesa in cucina. Solo che davanti al portone c’è un campo a semina, invece che il piazzale del parcheggio, le gradinate e l’entrata della chiesa. E dentro ci abitava il conte Valentino Valentinis — vita “splendida” e generosa, fino a dilapidare tutto —, anziché i preti e le suore.

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La nuova facciata del santuario

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L’entrata del castello di Tricesimo


Scendere dall’ampia strada bianca al lato est del castello, sotto gli alberi che d’estate danno tanta frescura. Oh! Mi passa lesto sotto il naso uno scoiattolo e si arrampica come un fulmine sul primo tronco che trova. Beata natura. Sarebbe stato un topo, mi fossi trovata al parco Lambro. E i milanesi che pensano sia chissà quale meraviglia.
Per i più pigri, la leggera discesa che sto affrontando può essere una comoda pista di lancio per una corsetta. Almeno fino alla curva che riporta la sterrata in piano. Perché poi lì c’è da faticà di nuovo.
Riprendere fiato. Leggermente di lato si alza imponente una vecchia casa contadina, dove abitavano dei parenti, ma non so più come imparentati, tanto andiamo indietro nel tempo.

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Un’ampia strada bianca al lato est del castello, conduce a basso la piccola collina


Senza procedere molto a ritroso, solo una trentina d’anni fa, tra questi campi venivamo a camminare con nonno Mario, basso in fa della banda cittadina finché le gambe lo hanno retto. Nonno era un appassionato di western e incallito lettore di Tex Willer. Chissà dove aveva assorbito la cultura della grande frontiera.
D’estate, quando venivo in vacanza dal Piemonte, ci costruiva una capanna indiana che ci si poteva abitare, tanto era ben fatta. I legni incrociati ad arte, il vecchio telo come copertura, il basamento in finta pelle. Poi partivamo per le escursioni in terra “nemica”. E giù per i campi. Lui, alto, imponente, davanti che guidava la squadra, io dietro con gli amichetti vicini di casa: Sandro, il maggiore, Serena, nata quattro giorni prima di me — praticamente amiche da sempre — e il piccolo Ranieri. Andavamo in Tuzan, a bere l’acqua da una fonte con la magnesia e il bicchiere in tasca. E al ritorno, nonno fregava qualche pannocchia giovane per poi abbrustolircela sul fuoco accanto al tepee.

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Con il nonno ci inoltravamo per sentieri “inesplorati”, vivendo l’avventura della grande frontiera


Proseguo di qualche passo. Eccola lassù, in Borgobello, la casa di nonno Mario. E di nonna Fernanda che se n’è andata improvvisamente due anni fa e ancora sembra impossibile. Guardo da qua sotto e penso alle stanze rimaste vuote, alle nostre lunghe chiacchierate, alle sue risate di gusto.
Il borgo è immobile da secoli. Non mi serviva il cartellone della Provincia che spiega come in Borgobello — che forse, con qualche sforzo di immaginazione, c’entra con il dio Beleno — esistessero delle comunità fin dalla preistoria. Io lo sapevo. Lo sentivo. Lo avevo capito. Già da bambina.

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Borgobello, coperto dalla vegetazione, posto a guardia del paese ai piedi della collina


Lascio lo sguardo e un piccolo dolore, in qualche angolo tra lo stomaco e la gola, scivolare via e continuo il mio cammino. Ma guarda: questo deve essere uno dei pochi posti dove all’improvviso, sull’orizzonte verdeggiante di una collina, vedi spuntare una guglia. E’ il tetto del campanile di Tricesimo, sistemato bellamente proprio di fianco alla casa di Dirce, donna d’altri tempi, cui non sfuggiva nulla nel raggio di un paio di chilometri.
Soprattutto non sfuggiva il nome e la provenienza familiare di chi frequentava San Pietro, la collinetta su cui sorge la chiesetta dedicata ai caduti delle guerre, e i suoi dintorni. Un tempo locus amenus per coppiette e gruppetti di giovincelli in cerca di adolescenziale tranquillità. Ora un po’ passato di moda. Cambiano le generazioni, cambiano i loci ameni.

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Spunta improvviso il tetto del campanile del duomo di Tricesimo

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E subito dopo ecco San Pietro


Scendo lasciandomi San Pietro sulla sinistra e torno sui miei passi. Ora sono sulla strada asfaltata che riporta nuovamente verso l’ingresso principale della collina del castello e del santuario. Finalmente il sole è uscito un po’ deciso. Dove la natura lascia spazio, si intravede Cassacco, con il suo di castello e le leggende che narrano come fosse collegato da un passaggio sotterraneo con il dirimpettaio di Tricesimo. Leggende, appunto, non solo perché nessuno ha mai trovato traccia di passaggi, ma anche perché pure oggi sarebbe laborioso scavare sotto terra un tunnel tanto lungo.


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Un po’ di spazio tra la natura ed ecco che si vede subito il castello di Cassacco


Risalgo leggermente la strada asfaltata che passa nel bosco del santuario, variamente illuminato dai raggi che riescono a penetrare tra i rami. Tra uno strano albero a più tronchi e i filari di delimitazione con i campi si intravede la villa antica di Cernuschi, pediatra di molte generazioni di friulani.

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L’antica villa che si scorge già dal colle del castello di Tricesimo


Alla prima curva, lascio l’asfalto e affronto ancora una volta un sentiero. Per i temerari che volessero proprio dare a se stessi una bella prova di forza, ci sono le scalette che portano dritti al piazzale del parcheggio. Non lo so quante sono, né intendo contarle, ma suggerisco di affrontarle di corsa solo a chi è strasicuro di non avere problemi di cuore.
Tutti gli altri è meglio che seguano me, lungo il sentiero che sembra, questo sì, un tunnel, tanto è l’intreccio delle piante che lo sovrastano.

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Scalette…

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o sentiero?


Alla fine del passaggio, virare verso destra, tornando, tanto per capirci, laddove avevamo iniziato: nella fanghiglia. Sul viale di ingresso di un’abitazione, una coppietta anziana, in quell’assurdo dialetto udinese, litiga sul funzionamento del rasaerba. Proseguiamo. Da questo lato le fanghe mobili sembrano meno brutte. Eventualmente passare nel campo, sempre con l’attenzione per cunvierie, granoturco e contadino.
All’incrocio famigerato girare decisamente verso la vicinale che porta fuori dai campi.

San Pelagio

Si torna al punto di partenza, ma sempre tra i campi e il verde


In lontananza svetta il tetto puntuto della Dacia di legno, prima abitazione dell’allora giovane coppia di sposini post terremoto Gianni e Rosanna. Sembra quasi un’estranea tra le moderne ville colorate, le unifamiliari bianche, le ristrutturazioni perfette. La terra che trema è ormai un lontano ricordo e ha aperto una stagione nuova, lasciando solo un velo sul cuore dei parenti dei mille morti.

San Pelagio
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Ville colorate, unifamiliari bianche, ristrutturazioni perfette: quel che resta della terra che tremò


Usciamo da qui. Devo ripercorrere l’ultimo tratto di strada a ritroso per tornare al punto di partenza.
Tra la verzura spunta la casa di Bruno Poàn su cui incombono nuvoloni plumbei.

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Il cielo è scuro: si preannuncia nuovamente la pioggia

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